Anonimo Genovese

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Descrizione della città di Genova da un anonimo del 1818 (presentazione e note a cura di E. e F. Poleggi, Sagep, Genova, 1969).


Il manoscritto anonimo che Ennio Poleggi edita nel 1969 consta di 282 carte compilate ed è custodito nella Sezione di conservazione della Civica Biblioteca Berio di Genova con la segnatura IV.3.21. Risulta steso prevalentemente nel 1818 ma non si sa quando sia pervenuto a catalogo.

Poleggi inserisce le proprie considerazioni sul manoscritto dell'Anonimo nella presentazione del testo edito dalla Sagep nel 1969 e decide di riportare fedelmente le parole dell'Anonimo, anche nella dizione dei nomi di persona, limitando il proprio intervento alla correzione di evidenti errori, lapsus, sgrammaticature senza intervenire nella sintassi se non nel caso di costruzioni particolarmente ardite a causa della lingua arcaica e spesso ricca di forme dialettali utilizzata dall'Anonimo. A lato pagina, l'edizione critica, è corredata da alcune note di approfondimento e sintetiche integrazioni delle notizie che il curatore desume dalla lettura delle diverse Guide successive a quella dell'Anonimo. Un secondo gruppo di note, inoltre, ha inteso indicare le successione delle grandi trasformazioni avvenute nei sestieri dopo il 1818, precisare le sorti degli edifici demoliti o travisati e promuovere l'identificazione di quelli sopravvissuti.

Poleggi osserva come la materia trattata dall'Anonimo sia distribuita con semplicità secondo un ordine di progressione topografica, da ponente a levante e dalla periferia al centro, seguendo i principali itinerari stradali; dai sestieri esterni di S.Teodoro e di S. Vincenzo si passa a quelli di Pré, Maddalena, Molo e Portoria. Ai sestieri precede una descrizione dell'ambito geografico, paesistico e delle comunicazioni stradali esterne e segue in fine un " Supplemento della descrizione scenografica di Genova ossia stato di alcune collezioni di quadri non stampate dal Ratti nella sua Guida".

Secondo Poleggi, a giudicare dalla premessa dell'Anonimo sul quartiere di Pré risulta evidente l'intento e la natura dell'opera: essa venne concepita al preciso scopo di delineare una immagine decisamente plastica e visuale della città con le sue vedute panoramiche, i suoi quartieri, le opere pubbliche, private, architettoniche e figurative senza dimenticare il loro stato effettivo di conservazione o di abbandono, l'utilizzazione da parte degli abitanti, i problemi amministrativi che occorreva affrontare per ridare dignità civile alla vita cittadina.

Il testo dell'Anonimo risulta di pesante lettura e lenta scorrevolezza non solo per l'alternarsi di espressioni auliche e dialettali ma anche per il contenuto (l'illustrazione degli interni dalla trascrizione testuale del Ratti del 1780) e per la pignoleria con cui l'autore elenca la distribuzione e la forma degli elementi architettonici, i materiali impiegati, i marmi di ogni provenienza e disegno.

Sebbene il testo non manchi di passi autobiografici e testimoni una preparazione di origine tecnico-naturalistica (per esempio nella lunga dissertazione sul Sacro Catino della Cattedrale o a proposito del Ponte di Carignano), Poleggi dichiara di non essere riuscito a identificare l'autore tra quei pochi contemporanei che i rari studi su quel tempo hanno saputo illustrare ma, leggendo le parole dell'Anonimo afferma che ci troviamo dinnanzi a una personalità maturata sullo scorcio del secolo XVIII, attenta a tutti gli sviluppi della vita cittadina, una figura certamente svincolata dall'accademia, con una particolare sensibilità romantica del tutto sconosciuta agli zelanti procacciatori di notizie delle Guide locali. Un uomo ormai libero dalle pastoie schematiche della cultura settecentesca, che non si cura di allineare palazzi, chiese e ospedali in pedantesche categorie; la rassegna dei sestieri gli è piuttosto pretesto per proporre al visitatore itinerari che sono anzitutto panoramici, anche se offrono notizie necessarie o valide proposte urbanistiche.

L'Anonimo non sembra un critico molto avveduto, talvolta cade in errore nel trascrivere le attribuzioni del Ratti e spesso, quando si tratta di opere minori, trascura il nome degli autori. di fronte alle opere d'arte si pone, più che con spirito accademico, con la disposizione a godere e a invitare al bello propria dell'uomo di gusto; la sua sensibilità, volta soprattutto alle qualità coloristiche, gli fa apprezzare nella stessa misura una tela quanto le cromie dei marmi di un chiostro.

Secondo Poleggi una soluzione plausibile sarebbe l'ipotesi che autore del manoscritto sia un "anziano", membro della Civica Amministrazione quando non anche un architetto in quanto affianco alle informazioni sulla qualità e sulla produttività del terreno, sulla densità e qualità della popolazione, sulle condizioni delle strade e delle abitazioni, sa sempre fornire precise proposte per risolvere i problemi della viabilità e della scena urbana.

Poleggi prosegue la sua analisi del testo con un breve excursus tra le Guide genovesi dell'epoca riconoscendo, in fine, alla particolare e complessa personalità dell'Anonimo di aver saputo cogliere, seppur con alcuni limiti, le gravi carenze del suo tempo e concepito una descrizione cosi viva e visuale, anzi "scenografica" come egli la chiama nel titolo del supplemento in appendice, precedendo di almeno vent'anni scritti di più ampio contenuto come il Viaggio nella Liguria marittima di Davide Bertolotti (Torino 1834) e la Statistique de la ville de Genes di Giacomo Cevasco (Genova, 1838).


                                                                            Federica Rabai
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